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Il Maestro Ugo Mainetti con lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi
Forse ci troviamo alle soglie di quella “morte dell’arte” che già Hegel aveva profetizzato, argomento poi ripreso da Giulio Carlo Argan in tempi a noi più recenti. In realtà, se c’è qualcosa che sta agonizzando in maniera apparentemente irreversibile, questa non sembra essere l’arte in sé e per sé, ma piuttosto quella sua particolare manifestazione che viene chiamata “avanguardia”. C’è stata, è vero, l’avanguardia storica, quella che ha combattuto la tradizione dell’”accademia”, quella che ha inteso cambiare radicalmente il modo di concepire l’arte attraverso una serie continua di nuove proposte. Tutto, in qualche modo, ha funzionato fino a quando non si è inventato per il puro gusto di inventare, come se il nuovo fosse per definizione sempre meglio di quello che già esisteva.
Oggi che è stato inventato tutto e il contrario di tutto, all’avanguardia non è rimasto che imitare ciò che aveva già fatto in passato, mettendosi paradossalmente sullo stesso piano di quell’”accademia” dalla quale voleva distinguersi drasticamente. Oppure si cerca di
In che modo l’arte può tornare a essere “illusione”? In tanti modi indubbiamente, ma sempre con un solo obbiettivo: deve essere un’esigenza, individuale o collettiva, qualcosa che venga sentita come necessaria. Deve ristabilire un rapporto fisico ed emotivo con la vita, libero dalla freddezza di eccessivi condizionamenti intellettuali. C’è stato un periodo nell’arte del Novecento in cui ci si è sforzati di creare un rapporto di reciproca dipendenza fra arte e vita: il primitivismo. Da Gauguin in poi, il primitivismo ha cercato di recuperare quell’espressività primordiale che la civiltà moderna, stava rinnegando come se fosse stata un retaggio del passato. Dapprima gli artisti hanno cercato quest’espressività primordiale nelle tradizioni di popoli lontani ( i polinesiani, gli africani, gli etruschi, gli antichi ispanici), popolari (i bretoni) o in quelle del nostro Medioevo; poi, con Jean Dubuffet, ci si è accorti che esisteva anche un primitivismo “interiore” che si dimostrava perfettamente moderno senza riferimenti a cose passate o esotiche. È il primitivismo che con Dubuffet è stato chiamato art brut, o “brutalismo”. Si manifesta non in “tribù” particolari, ma in esseri non acculturati e in particolari condizioni psichiche. Non a caso Dubuffet ha preso coscienza del “brutalismo” a contatto con i malati di mente, accorgendosi di quali impressionanti capacità espressive, al di fuori delle abitudini dell’arte “colta” anche più spontanea e istintiva, fossero dotati. L’Art Brut di Dubuffet ha estremizzato il Primitivismo e proposto una dimensione nuova all’arte del Novecento, affascinante ma anche inquietante: bisogna dipingere come veri “selvaggi”, come se non avessimo mai visto nessun altra opera d’arte, come se nessuno ci avesse mai insegnato a dipingere. Bisogna rinunciare alla storia, dimenticare i musei, i grandi maestri, la riflessione che finisca per condizionare i nostri istinti. Solo così si può instaurare un legame diretto con il nostro inconscio, le sue ossessioni, il suo modo di rielaborare la realtà creando un universo inedito e a suo modo sconvolgente. Ma posto in questi termini, anche il brutalismo non riuscirebbe a superare la contraddizione che era tipica di tutto il Primitivismo: si tratta di una forma colta e intellettualizzata, tipica dell’arte d’avanguardia che “gioca” a non esserlo. Gauguin non era un primitivo, era un primitivista che “giocava” a fare il polinesiano per ragioni che rientrano in tendenze particolari della civiltà intellettuale più evoluta.
“disumanizzare” l’arte, eliminando da essa la motivazione espressiva e confondendola sempre più con la realtà vera e propria, attraverso l’impiego del ready-made o di mezzi riproduttivi come la fotografia, il cinema o la televisione. Un’ arte che sembra una “non arte”, insomma, sostenuta in maniera esclusiva dal concetto, dalla teoria, da una tesi di fondo senza la quale certo non si avrebbe alcuna giustificazione.
Critica di Vittorio Sgarbi al maestro Ugo Mainetti
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