Lí Arte Brutale Home Notizie Galleria Contatti Mostre Biografia Critiche
Il proff. Vittorio Sgarbi assieme al Maestro Ugo Mainetti con in braccio il figlio Giovanni, nella  casa di Tirano del Maestro.
Ciò significa che il Primitivismo si è in effetti proposto di recuperare l’”espressività primordiale”, ma di non ripristinare le condizioni storiche, sociali e culturali che tale espressività hanno determinato. L’uomo moderno dell’occidente non poteva più essere un primitivo; poteva solo ispirarsi ad esso, ma niente di più. L’”espressività primordiale” era dunque un mito, il ricordo di uno stato dell’umanità che veniva immaginato “puro” e veniva mitizzato in contrapposizione alle degenerazioni della civiltà del progresso. E non a caso chi capisce il Primitivismo non capisce l’arte realmente primitiva, ritenuta “inferiore” e incapace di creare prodotti in grado di competere con la raffinatezza intellettuale dell’arte “colta”. Analogamente, dobbiamo distinguere fra “brutali” e “brutalisti”: i primi vivono la loro condizione come naturale, i secondi aspirano ad essa secondo motivazioni di carattere intellettuale. I primi si esprimono per quello che sono, i secondi rielaborano le loro espressioni in chiave “colta”.                                                            
In qualunque modo si valuti Mainetti, sarebbe difficile non considerarlo un “brutale” autentico. Mainetti dipinge in modo “selvaggio”, contro i dettati più elementari della “buona pittura”, contro una tradizione del mestiere artistico che ha raggiunto esiti mirabolanti. Lo fa senza nessuno spirito di provocazione, anche se si potrebbe pensare al contrario: Mainetti dipinge con spontaneità e in lui non c’è spazio per la provocazione o per altri divertissement intellettualistici. La sua arte ci ”fa paura” perché è allo stesso modo lontana e vicina a noi; lontana dalle nostre abitudini visive, come se si trattasse di qualcosa di antico che abbiamo represso per sempre; vicina perché quel represso antico è ancora dentro di noi, dentro le nostre anime. Mainetti è diverso da noi, vive in un altro mondo, ma in fondo la sua diversità ci appartiene almeno in parte, ce la portiamo dentro, ci accomuna tutti. Mainetti è l’altra faccia delle nostre anime, quella più segreta e sconosciuta, quella più allucinata e onirica. Ma siamo poi noi sicuri di essere nel giusto? A vedere le sue opere così inconsapevolmente poco preoccupate di rispettare le consuetudini, ci si chiede con una punta d’invidia se Mainetti non sia più libero di noi, magari più felice di noi. E già paventiamo il momento in cui anche Mainetti verrà “intellettualizzato”, come è capitato ad altri “brutali” (ricordate Ligabue?), ripulito da quanto possa
risultare criticato dal buon borghese che sia pratico di gallerie. Già ci spaventa il momento in cui Mainetti si preoccuperà di piacere, di rispondere a chi si attende da lui qualcosa. È davvero qualcosa di inevitabile, l’ennesima applicazione di una regola del più forte che domina i nostri tempi, o Mainetti  avrà la forza di conservare la sua integrità spirituale, insopportabile e scabrosa?                
       Vittorio Sgarbi